Viaggio in Sicilia

Novi Matajur, 09-05-2012

 

Visita di studio presso la comunità albanese della Sicilia
BESA, L’UNIONE DEI COMUNI PER TUTELARE LA LINGUA ARBËRESHË

“Besa” ovvero fedeltà alla parola data. È questa la denominazione in arbëreshë che i comuni dove è insediata la minoranza albanese in Sicilia, tutti in provincia di Palermo, hanno scelto per la loro Unione dei comuni, nata nel 2005. Ne fanno parte i comuni di Piana degli Albanesi – Hora e Arbërshëvet (6.325 abitanti), Contessa Entellina – Kundisa (2 mila abitanti circa), S. Cristina Gela – Sëndahstina (935 abitanti), Mezzojuso e Palazzo Adriano. Nei primi tre hanno compiuto nei giorni scorsi una visita di studio alcuni rappresentanti dell’Istituto per la cultura slovena di San Pietro al Natisone.
Si tratta di un’istituzione speciale. È infatti un’Unione tematica, unica nel panorama italiano, voluta ed istituita dagli amministratori dei cinque comuni con il fine unico di tutelare, promuovere e sviluppare il patrimonio culturale arbëreshë. Un obiettivo che perseguono attraverso iniziative che spaziano dalla tutela e valorizzazione del patrimonio artistico, culturale, linguistico, etnico e folcloristico, alla sperimentazione didattica ed iniziative finalizzate allo sviluppo correlato alla tradizione artigianale, artistica e folcloristica locale.
È la prima cosa che ci ha colpito incontrando la comunità arbëreshë in Sicilia: la convinzione e la volontà da parte dei sindaci e degli amministratori di mantenere ed arricchire il patrimonio linguistico, culturale e religioso ereditato. Quanta distanza ci separa, e non solo geografica! Quello che laggiù (e presso tutte le minoranze linguistiche che abbiamo visitato) è motivo di orgoglio e ritenuto strumento di crescita e progresso, qui viene considerato piuttosto un fastidio, un problema culturale secondario quando non è addirittura osteggiato dagli amministratori.
“Avere a disposizione un’ente è un fatto rivoluzionario. Si tratta di una ‘macchina’ molto forte”, ci ha spiegato il prof. Pietro Manali a Sëndahstina, “certamente molto pù importante delle legge 482 che ha riconosciuto le minoranze linguistiche storiche in Italia, ma ci riserva pochi spiccioli”. La dotazione finanziaria per le 12 minoranze linguistiche in Italia era originariamente di 20 milioni di euro e si è ridotta progressivamente. Gli arbëreshë di Sicilia l’anno scorso hanno potuto contare solo su 3 mila euro, “meno dello stipendio mensile di un usciere regionale”.
Le risorse, ci ha spiegato il giovane presidente dell’Unione Massimo Diano, che è anche sindaco di S. Cristina Gela, vengono dai Comuni, dalla Regione e dal fondo statale per le Unioni di comuni. In un contesto globalizzato le minoranze linguistiche stentano, è quindi essenziale la sensibilità e l’azione a livello politico ed istituzionale. “Un sindaco che non capisce questo è come se trascurasse una parte del proprio corpo”.
La Sicilia in questa stagione si presenta come un vero e proprio Eden. Il paesaggio è collinare, morbido, tutto verde e coltivato. Distese di frumento e cereali, uliveti e vigneti, macchie estese di giallo (ginestre) e rosso (sulla)… non si vedono terreni abbandonati o incolti. Una terra fertile e feconda. In uno scenario fiabesco, su un altopiano montuoso a poco più di 20 chilometri da Palermo, si trova Piana degli Albanesi (Hora e Arbërshëvet) che si specchia su un ampio lago. Siamo arrivati proprio durante la sagra del cannolo, dolce tipico siciliano che gli arbëreshë hanno fatto proprio – così come per la lingua nel corso dei secoli hanno attinto dal dialetto siciliano – ed ora il miglior canolo, ci hanno assicurato, è prorio il loro. Insieme al nostro ospite, dottor Giorgio, abbiamo assistito ad un matrimonio. È stato celebrato in rito orientale greco-bizantino, in italiano perché si trattava di una coppia mista, altrimenti la vita religiosa si svolge in albanese. Piana degli Albanesi è anche sede dell’Eparchia che ha giurisdizione su quasi tutta l’area albanofona siciliana. È evidente il ruolo culturale che ha avuto la chiesa nel corso di cinque secoli per la conservazione della lingua e dell’identità arbëreshë.
Ovunque, tutta la segnaletica è bilingue.

La lingua arbëreshë a Hora e Arbërshëvet è viva, meno negli altri due comuni, mentre a Mezzojuso e Palazzo Adriano si è spenta. Quello che abbiamo notato appena arrivati a Piana è il fatto che tutti la parlino, vecchi, giovani e bambini. È la prima lingua che parlano, ci hanno confermato, ed è entrata nella scuola da anni. Nel 2011 l’Unione dei comuni ha finanziato un importante progetto in ambito scolastico. Oggi non ci sono alibi per nessuno, ci hanno spiegato, sono a disposizione tutto il materiale didattico, la manualistica, i Cd e quanto serve per l’attività scolastica. All’università di Palermo c’è anche la cattedra di albanese standard. “Ora chiediamo anche quella di arbëreshë poiché abbiamo l’esigenza di tutelarlo”. Ci sono poi le attività culturali (teatro, cori…), i momenti di festa nel segno della tradizione. A Contessa Entellina (Kundisa), per esempio, a Pasqua preparano la Passione in albanese, una rappresentazione sacra che si protrae per tre giorni di seguito.

Dopo essere stati ricevuti dal presidente dell’Unione dei comuni Massimo Diano e dai suoi collaboratori a S. Cristina, altrettanto ufficiale è stata l’accoglienza a Kundisa, dove in municipio ci hanno atteso il sindaco Sergio Parrino, l’assessore alla cultura Giovanna Schirà ed il presidente del consiglio comunale, mentre il presidente della Pro loco Leonardo Spera ci ha affiancato con squisita ospitalità per quasi l’intera giornata. Piena identità di vedute tra la presidente dell’Istituto per la cultura slovena Bruna Dorbolò ed il sindaco Parrino sull’importanza delle radici e dell’identità che sono frutti e risorse per il futuro. Comune anche l’intento di creare una rete tra le diverse minoranze linguistiche al fine di sostenersi reciprocamente, ma anche per uno scambio di esperienze e confronto.

Ma le vere protagoniste dell’incontro sono state le due insegnanti Tommasina Guarino e Giuseppina Uccia, pionere dell’insegnamento dell’arbëreshë a Kundisa nella prima metà degli anni 80 del secolo scorso. Di più, sono state loro per prime ad introdurre la lingua minoritaria a scuola tra tutte le minoranze in Italia.
E con nostra sorpresa (e non poco piacere) abbiamo visto l’insegnante Giuseppina estrarre dalla sue carte una copia del Novi Matajur del 1986 dove Paolo Petricig presentava proprio la loro esperienza. Si erano incontrati anche con la prof. Živa Gruden – ma c’erano anche i prof. Tullio De Mauro, Silvana Schiavi Fachin e altri nomi illustri del mondo accademico italiano – ad un seminario a Frascati nel 1983 sull’educazione plurilingue in età precoce. Da lì ha preso le mosse l’esperienza scolastica di Kundisa, ma anche il centro scolastico bilingue di San Pietro al Natisone, avviato poco dopo.
Due insegnanti straordinarie Giuseppina e Tommasina, piene di orgoglio ed entusiasmo, che per poter insegnare arbëreshë hanno studiato, frequentato corsi di albanese all’Università di Priština, hanno fatto uno straordinario lavoro di ricerca d’ambiente e nelle tradizioni popolari, preparato il materiale didattico, realizzato traduzioni in arbëreshë… Anche qui è viva la questione lingua locale/dialetto albanese e lingua standard. I neologismi, ci hanno detto a S. Cristina Gela, li prendono dall’ambiente, quindi dal siciliano. Gli albanesi vivono in sei regioni italiane, ha spiegato l’insegnante Tommasina, se si saldano ai dialetti locali pur parlando tutti arbëreshë faranno fatica a comprendersi. Per i neologismi è giusto e corretto attingere alla lingua standard albanese, ha affermato.
“Dopo 500 anni non ci possiamo permettere l’assimilazione e quindi dobbiamo darci da fare”, ha sottolineato invece Giuseppina Uccia. “Noi siamo integrati, ma non vogliamo essere assimilati.”
Dopo la grave crisi vissuta dopo il terremoto del Belice del 1968 che ha colpito anche quel territorio, ha modificato la struttura socio-linguistica della popolazione sconvolta dal dissesto urbanistico, ha favorito i matrimoni misti e soprattutto l’emigrazione, negli anni 80 c’è stato il riveglio culturale con l’insegnamento della lingua e della cultura arbëreshë sui banchi di scuola.
Ora la comunità si trova a vivere un altro momento cruciale. La scure dei tagli alla scuola, con i previsti accorpamenti, mette a rischio anche quella scuola. “Così quel minimo che resiste scomparità. Mantenere la nostra diversità, quello che abbiamo ricevuto dai nostri padri è un diritto”, ha spiegato, augurandosi lei come gli amministratori, che ci possa essere una deroga al numero minimo di alunni.

 

Dom, 15 maggio 2012 / 15. maj 2012

Albanska kultura na Siciliji ima zelo močne stabrè

Družine, cierku, kamuni in ponos biti in ostati, kar se je. Teli so stabrì, na katerih stoji in se je ohranila albanska kultura in jezik na Siciliji. Hoditi po miestacu Piana degli Albanesi / Hora e Arbueshëvet in čut otroke, mlade in stare guorit v maternem jeziku, je prečudvalo skupino Benečanu, ki so se udeležili študijskega izleta po teritoriju, kjer že vič ku 500 liet živé Albanci al, takuo ki se sami kličejo, Arbëreshë na Siciliji. Izlet je organiziru Inštitut za slovensko kulturo v sodelovanju s Sso in Skgz videnske province in je potieku od 26 obrila do 1. maja.

Prijazni domači zdravnik Giorgio Ales nas je sparjeu in spremlju po miestu in razkladu zgodovino, kulturo in življenje glavnega albanskega centra (čez 6 tavžint prebivalcu, število pa raste), kjer ima sedež bizantisnka eparhija (škofija), ki jo vodi eparh Sotir Ferrara. Viersko posebnost miesteca je v katedrali svetega Dimitrija pričala poroka v bizantinskem obredu, medtem ko se je kulturna posebnost miesteca čula v govorici ljudi in vidla v narodnih nošah nekaterih puobu in čeč, ki so se sprehajali po glavni ulici, nabiti s stojnicami, ki so ponujali »cannole« ob prazniku tele domače tradicionalne sladkarije.

Po telem parvem in prazničnem stiku z albansko realnostjo je potlè skupina Benečanu spoznala odgovorne Unije albanskih kamunu, ki ima svoj sedež v Santa Cristina Gela – Sëndahstina.

Unija telih kamunu ima malo al nič skupnega z unijami, ki so nastale v gorskim teritoriju naše dežele. Tista unija se kliče »tematska«, združuje pet kamunu in je nastala z glavnim namienam ohranit domačo albansko kulturo in jezik, ki sta, so poviedali administratorji s predsednikam Massimam Dianam na čelu, »edina bogatija, ki jo imamo«. In so dodal’, de »adan šindik, ki se ne trudi, de bi jo ohranu, ne zna dielat svojega mištierja« in de glede telega problema »med administratorji na smiejo bit razpartije«. Unija albanskih kamunu predstavlja »revolucionarno stvar«, ki če je pametno upravljena, lahko rieše tud socialne in ekonomske probleme jezikovne skupnosti. Zlo kritični pa so bli pruot deželi in še posebe pruot daržavi, ki nie zastopila velikega pomiena (in ne samuo kulturnega), ki ga manjšine imajo. Izražena je bla tud potrieba po buj tesnem povezovanju med ma-njšinami v Italiji, de bi od daržave dosegle večjo priznanje in podpuoro.

Drugo lepuo in zanimivo doživetje je imiela skupina Benečanu v vasi Contessa Entellina – Kundisa, vasi zgornje doline Belice, ki je bila huduo zajeta od potresa lieta 1968 in je bla popunama obnovljena. S tem pa je zgubila tradicionalne in globoke odnose med ljudmi, tisto sosedstvo, ki jo Albanci kličejo »gjitonia«, povezano z jezikam, navadam in dielam; je začela emigracija in imigracija, ki je delno spremenila podobo vasi.

Po sveti maši v bizantisnkem obredu (del besedila je bluo v garščini, del v albanščini, ostalo v italijanščini) in skupnem kosilu je skupino Benečanu sparjeu domači šindik Sergio Parrino kupe z odbornico za kulturo Giovanno Schirà in predsednikam po loco Leonardam Spera. Pa protagonistke srečanja sta bili dvie učiteljici, Tommasina Guarino in Giuseppina Uccia, ki sta se veliko trudili, de bi se v šuolah učiu domači albanski jezik. In tuo že od 80. lietih, se prave u cajtu, kàr je nastala dvojezična šuola v Špietru. Z odločnostjo sta učiteljici branili pravico do obveznega učenja maternega jezika v šuoli in do tesne vezi med dialektalnim in standardnim albanskim jezikam.

Giorgio Banchig

 

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